NoiA di Andrea Cerrato

Il diritto di non fare nulla.

C’è stato un momento in cui ho respirato la Puglia vera, soprattutto quella tarantina. Non quella delle cartoline, delle campagne di comunicazione o delle esperienze da prenotare, ma una Puglia più complessa, piena di contraddizioni e proprio per questo tremendamente autentica. È lì che incontro una parola che continua a tornarmi in mente: #controra. La definizione più immediata la riconduce alle ore centrali dei pomeriggi estivi tradizionalmente destinate al riposo, ma ridurla alla pennichella significa perderne la sostanza culturale. La controra è una sospensione condivisa, quasi una convenzione sociale sul tempo: le persiane si abbassano, le strade si svuotano, le voci si fanno più basse e, per qualche ora, non è necessario produrre, consumare, visitare o essere intrattenuti. Il tempo non deve dimostrare la propria utilità; può semplicemente essere vissuto.

È un’immagine che trovo sorprendentemente contemporanea, perché viviamo dentro una società che ha costruito il proprio progresso sulla promessa di farci risparmiare tempo e che, nello stesso momento, sembra averci resi sempre più poveri proprio di tempo. Il sociologo Hartmut Rosa descrive questa condizione attraverso il concetto di accelerazione sociale: la tecnologia rende più veloci comunicazioni, produzione e spostamenti, ma l’aumento delle possibilità tende ad accelerare anche il ritmo della vita. In altre parole, la maggiore efficienza non produce necessariamente una percezione di maggiore disponibilità; spesso alza semplicemente la quantità di ciò che possiamo, e quindi sentiamo di dover, fare nello stesso intervallo. Comunichiamo istantaneamente e moltiplichiamo le comunicazioni, ci spostiamo più rapidamente e aumentiamo gli spostamenti, automatizziamo attività che richiedevano ore e utilizziamo quelle ore per aggiungerne altre. Non liberiamo davvero il tempo: ne aumentiamo la densità. Questa logica entra ormai anche nella vacanza. Il tempo che dovrebbe rappresentare una sospensione dalla prestazione ne assume sempre più spesso le regole: bisogna vedere, fare, assaggiare, fotografare, condividere, scoprire. Una giornata senza programma rischia di sembrare una giornata sprecata e alla vecchia paura di non avere nulla da fare si sostituisce quella, molto più contemporanea, di non riuscire a fare abbastanza. Forse è anche per questo che le vacanze sembrano sempre più brevi. Non necessariamente perché disponiamo di meno giorni, ma perché comprimiamo dentro quei giorni una quantità crescente di stimoli, spostamenti e aspettative. Il tempo viene consumato con la stessa intensità con cui consumiamo le esperienze e, alla fine, ci sorprende che sia passato così velocemente.

È qui che torna utile una parola che culturalmente trattiamo quasi sempre in senso negativo: noia. La associamo alla mancanza di interesse, alla monotonia, a qualcosa da combattere, scacciare o riempire. Eppure esiste una differenza sostanziale tra non avere nulla da fare e scegliere di non fare nulla. La prima condizione può essere subita; la seconda può essere una forma di libertà. Parliamo continuamente di tempo libero, ma il nostro tempo libero è spesso occupatissimo: sport, socialità, piattaforme, smartphone, acquisti, viaggi, esperienze. Non c’è nulla di negativo in queste attività, naturalmente, ma il punto sociologicamente interessante è che abbiamo progressivamente ridotto il tempo non finalizzato, quello che non deve portarci da qualche parte, migliorarci, divertirci, renderci produttivi o produrre un risultato. La controra, invece, non organizza il tempo libero: lo sospende. Non propone qualcosa da fare più lentamente; riconosce semplicemente che, per qualche ora, si può non fare.

Questa riflessione riguarda direttamente anche il mio lavoro di Destination Manager, perché mette in discussione uno dei presupposti più resistenti della progettazione turistica contemporanea: l’idea che una destinazione sia tanto più attrattiva quanto maggiore è la quantità di cose che riesce a far fare al visitatore. Continuiamo a progettare esperienze, itinerari, calendari, eventi, degustazioni, visite e attività come se il compito della destinazione fosse appropriarsi dell’intero tempo disponibile del turista. Nel mio modello di Turismo di Valore sostengo una prospettiva diversa: il valore non coincide con la quantità di consumo turistico generato né con la semplice sommatoria delle esperienze offerte, ma con la qualità della relazione che si costruisce tra persone, luoghi e comunità, con ciò che resta al territorio dopo il passaggio del visitatore e con ciò che il territorio riesce a lasciare a chi lo attraversa. È anche per questa ragione che continuo a lavorare sul tema della felicità generata dal turismo e sulla possibilità di osservarla attraverso l’IFG – Indice di Felicità Generata. Se accettiamo che il successo di una destinazione non possa essere raccontato soltanto attraverso arrivi, presenze e spesa, dobbiamo provare a comprendere anche quale qualità produca nella vita di chi arriva e di chi abita quei luoghi. La domanda che la controra aggiunge a questa ricerca è volutamente provocatoria: e se una parte della felicità generata dipendesse anche dal tempo che una destinazione decide di non occupare? Siamo abituati ad associare il valore all’aggiunta di possibilità, servizi, occasioni ed esperienze, mentre la qualità può nascere anche dalla sottrazione, dalla possibilità di non essere continuamente sollecitati e dalla libertà di avere un pomeriggio senza programma senza percepirlo come un’occasione perduta.

Poi arriva l’Intelligenza Artificiale e il ragionamento, apparentemente lontano dal turismo, torna esattamente sullo stesso punto. L’IA rappresenta probabilmente uno dei più potenti strumenti di compressione del tempo di lavoro che abbiamo mai avuto a disposizione. Può svolgere in pochi minuti attività che richiedono molto più tempo, aumentare produttività ed efficienza, accelerare analisi e processi. La questione, allora, non è se utilizzare o meno l’IA, ma chi beneficerà realmente del tempo che riesce a liberare. La storia dell’innovazione ci insegna infatti che una maggiore efficienza non si traduce automaticamente in una maggiore disponibilità di tempo per le persone: molto spesso modifica semplicemente la soglia di ciò che consideriamo possibile, e quindi richiesto, nello stesso intervallo. Se ieri in un’ora producevamo un documento e domani, grazie all’IA, ne possiamo produrre cinque, il rischio è che cinque diventi rapidamente la nuova normalità. Il tempo tecnicamente risparmiato esiste, ma socialmente scompare dentro una nuova aspettativa di prestazione. È precisamente su questo confine che credo valga la pena aprire una riflessione diversa: una parte del guadagno di tempo prodotto dall’Intelligenza Artificiale potrebbe non essere reinvestita in altra produttività, altro consumo o altre esperienze, ma essere restituita alla persona. Non come tempo da utilizzare meglio, perché ricadremmo immediatamente nella stessa logica, bensì come tempo che possiamo permetterci di non occupare.

È qui che, provocatoriamente, nasce la NoIA.

NoIA /noˈia/, s. f. contemporanea. [noia + IA]. Accezione positiva di noia: tempo liberato dall’Intelligenza Artificiale che scegliamo di non occupare.

Non significa dire no all’Intelligenza Artificiale e non contiene alcuna nostalgia per un mondo precedente alla tecnologia. È quasi il contrario: se l’IA è capace di restituirci tempo, la NoIA prova a rivendicare il diritto di non riconsegnare automaticamente tutto quel tempo alla produttività. L’IA è lo strumento, la NoIA può essere una parte del suo dividendo umano. In questo senso una consuetudine antica come la controra e la frontiera tecnologica dell’Intelligenza Artificiale finiscono per porci la stessa domanda: a chi appartiene il tempo che riusciamo a liberare?

È una domanda che riguarda il lavoro, ma riguarda anche il turismo e, più in generale, la nostra idea di benessere. Una destinazione capace di generare felicità potrebbe non essere soltanto quella che offre molto, ma anche quella che sa restituire qualcosa che nella società dell’iperstimolazione diventa sempre più raro: tempo non occupato. Una panchina all’ombra, una piazza nella quale non accade nulla, una conversazione senza uno scopo, un pomeriggio senza programma non sono necessariamente vuoti da colmare. Possono essere parte dell’esperienza proprio perché non pretendono di esserlo. La sfida, semmai, è non trasformare anche la noia nell’ennesimo prodotto turistico, nell’ennesima “experience” da mettere a catalogo, perché a quel punto avremmo nuovamente occupato ciò che stavamo cercando di liberare.

Il primo settembre torniamo puntualmente a dire che l’estate è finita troppo velocemente. Forse dovremmo smettere di prendercela con il calendario e interrogarci sul modo in cui abbiamo imparato a consumare il tempo. La Puglia tarantina e la sua controra, ma questo vale per tanti territori che sto incontrando, suggeriscono una risposta molto più contemporanea di quanto possa sembrare: il benessere non consiste necessariamente nel rallentare ogni cosa, ma anche nel conservare qualche spazio nel quale non sia necessario fare nulla. Se l’Intelligenza Artificiale contribuirà a restituirci una parte di quel tempo, sarà un progresso; la vera questione sarà decidere se quel tempo debba essere immediatamente occupato da qualcos’altro oppure possa finalmente restare nostro.

Viva la controra. Viva la NoIA.

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