andrea cerrato

Agricoltura turistica: dove vanno i 100€ del turista

Non è la prima volta che affronto questo tema e non è un caso! È una delle convinzioni più solide che stanno orientando il mio lavoro come destination manager: il futuro del turismo italiano passa anche da un cambio di prospettiva radicale, che mette al centro l’agricoltura non come racconto, ma come infrastruttura economica dell’offerta.

È una scommessa, ma è una scommessa che a mio avviso vale la pena giocare.

Perché se osserviamo il nostro sistema Paese, emerge una contraddizione evidente. Da un lato abbiamo un patrimonio agricolo e agroalimentare che rappresenta uno dei pilastri del Made in Italy. Dall’altro continuiamo a costruire prodotti turistici in cui questo patrimonio resta marginale, spesso relegato a un’esperienza accessoria.

Il punto non è romantico. È economico. È una questione di PIL, di occupazione, di redistribuzione del valore lungo la filiera.

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E allora la domanda diventa molto concreta: dove finiscono davvero i 100 euro spesi da un turista?

Il dibattito tra turismo rurale e agricoltura turistica non è semantico. È misurabile. E si può spiegare in modo semplice: osservando come vengono distribuiti quei 100 euro.

Ipotesi
Nel modello prevalente di turismo rurale, l’agricoltura è parte del racconto ma non del conto economico. I dati del ISTAT e della Banca d’Italia confermano che la spesa turistica si concentra principalmente su ricettività e ristorazione, seguite da trasporti e servizi.

In questo schema, una distribuzione plausibile dei 100 euro è: 35% alloggio, 20% ristorazione, 12% mobilità, 8% cultura/attrazioni, 10% intermediazione, 10% shopping generico e solo 5% agricoltura diretta.

A prima vista può sembrare un controsenso: se si chiama turismo rurale, perché l’agricoltura pesa così poco? In realtà non lo è. “Rurale” descrive l’ambientazione, non la filiera economica. Significa che il turista è in campagna, non che stia consumando agricoltura.

Il turista dorme in agriturismo, ma paga ospitalità. Mangia al ristorante, ma non sempre consuma prodotto aziendale. Fa una degustazione, ma incide marginalmente sulla spesa complessiva.

L’agricoltura, in questo modello, genera attrattività ma intercetta una quota minima di valore.

Tesi
Se spostiamo il baricentro verso l’agricoltura, la distribuzione cambia radicalmente. Non perché il turista spende di più, ma perché spende in modo diverso.

In un modello di agricoltura turistica, i 100 euro possono essere redistribuiti così: 25% prodotto agricolo e trasformati, 20% ristorazione di filiera, 15% ospitalità in azienda o collegata, 10% esperienze agricole strutturate, 10% artigianato e trasformazione locale, 8% mobilità, 7% cultura e paesaggio, 5% intermediazione.

Qui oltre il 45% della spesa resta direttamente nella filiera agricola e agroalimentare.

A questo punto emergono alcune obiezioni legittime.

La prima: “in questo modello si perde la cultura?”.
La risposta è no. Cambia posizione. Nel turismo rurale la cultura è spesso una voce autonoma, da visitare. Nell’agricoltura turistica la cultura diventa parte integrante dell’esperienza: è nella produzione, nella trasformazione, nel paesaggio. Non si visita soltanto, si vive.

La seconda: “perché diminuisce l’intermediazione?”.
Perché cambia la struttura della filiera. Nel modello tradizionale il prodotto è costruito fuori dal territorio e distribuito attraverso canali lunghi. Nel modello di agricoltura turistica il prodotto nasce in loco, è più identitario e aumenta la vendita diretta o di filiera corta. L’intermediazione non sparisce, ma si ridimensiona.

Questa lettura è coerente con quanto evidenziano organismi come l’OECD e la UN Tourism: il valore cresce quando il cibo e i produttori locali diventano parte strutturale dell’offerta. Allo stesso modo, l’ISMEA evidenzia come l’agriturismo attivi effetti moltiplicativi proprio perché integra produzione, accoglienza e consumo.

Soluzione
Il passaggio da turismo rurale ad agricoltura turistica è una scelta strategica. Significa progettare prodotti in cui l’azienda agricola non è una tappa, ma una piattaforma. Significa costruire esperienze in cui il prodotto agricolo non si compra alla fine, ma struttura l’intera offerta.

Se su 100 euro di spesa turistica 25 arrivano direttamente all’agricoltura, non stiamo migliorando un’esperienza. Stiamo ridefinendo una filiera economica.

Questo modello non richiede di inventare nuovi strumenti. I modelli turistici esistono già: ospitalità, experience design, distribuzione. Quello che cambia è il punto di partenza.

Oggi costruiamo prodotti turistici e poi inseriamo l’agricoltura.
Domani dobbiamo costruire prodotti agricoli e sviluppare attorno ad essi il turismo.

Le implicazioni sono dirette. Aumenta il PIL agricolo non attraverso sussidi, ma attraverso mercato. Aumenta la remunerazione degli operatori, perché vendono valore e non solo materia prima. Si genera lavoro, perché servono competenze nuove. Si produce cultura, perché si educa il turista al consumo consapevole.

E soprattutto cambia il senso della promozione del Made in Italy: non più solo racconto, ma esperienza economica concreta.

Per questo continuo a crederci. Per questo continuo a lavorarci. Perché se il turismo è uno dei motori del Paese, l’agricoltura è il suo DNA.

E se riusciamo a farli lavorare davvero insieme, non stiamo solo migliorando un prodotto turistico.
Stiamo costruendo valore.

Approfondimenti: https://andreacerrato.blog/turismo-rurale-o-agricoltura-turistica-io-propongo-un-cambio-di-paradigma/

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