Turismo e quei numeri che non dicono nulla.
di Andrea Cerrato – Ogni estate la stessa storia. Escono i dati. Arrivi. Presenze. Percentuali. Si esulta o si piange, si analizza con tabelle, si fa la conta dei “più” o dei “meno”. E ogni anno la domanda rimane sempre la stessa: ma davvero pensiamo ancora che quei numeri abbiano un senso reale?
Spoiler: no, non ce l’hanno.
Se un turista straniero arriva in Italia e si fa dieci giorni tra Firenze, Bologna e Venezia, nei dati ufficiali istat/enit/ministero/ enti locali risulterà come tre arrivi, non uno. Come se avessimo fatto il triplo del lavoro, come se avessimo ospitato tre persone diverse. Solo questo dato, da solo, dovrebbe bastare a far crollare l’intero castello di carta su cui ancora basiamo l’analisi del turismo.
Ma non crolla. Anzi, ogni anno si alza il volume.
La verità? Continuiamo a rincorrere numeri vuoti, metriche di un modello novecentesco, mentre il mondo cambia, i viaggiatori cambiano, e noi siamo ancora lì con la calcolatrice in mano a contar presenze come se fossimo nel 1993.
E se invece provassimo a fare le persone serie?
E se, invece di contare quanti passano, iniziassimo a chiederci come stanno?
Come stanno i residenti? Come stanno i viaggiatori? Come stanno gli operatori che ogni giorno cercano di tenere in piedi un’offerta turistica degna, tra costi alle stelle e personale sempre più difficile da trovare?
Perché nessuno parla mai di spesa media giornaliera?
È aumentata? È calata? Come sono cambiate le abitudini d’acquisto? Che tipo di servizi vengono scelti oggi? Cosa viene scartato, cosa viene cercato? Quanti scelgono esperienze autentiche e quanti invece fanno “mordi e fuggi” (viva il mordi e fuggi!!)? Ma soprattutto: cosa stiamo facendo noi per capirlo davvero?
L’ossessione per il titolo d’impatto
Quest’anno va di moda il panico per le spiagge vuote. Fino all’anno scorso era l’overtourism. Oggi, improvvisamente, si scopre che in alcune località il mare è “desertificato”.
E allora giù titoloni: “Crisi del turismo balneare”, “Addio ombrelloni”. Ma davvero pensiamo che la gente non vada in spiaggia per colpa del prezzo del lettino?
Suvvia.
È cambiato il turista, non l’ombrellone. È cambiata la mentalità di chi viaggia, il modo di scegliere le esperienze, il tempo, i luoghi. Le persone cercano senso, autenticità, equilibrio. E noi siamo ancora fermi a guardare il termometro degli arrivi, come se fosse l’unico parametro valido.
La verità è che ci siamo persi. E che, ancora una volta, abbiamo perso l’occasione di fare un salto di qualità.
La stampa grida, ma non vende
I giornali urlano allo scandalo, i titoli sono sempre più sensazionalistici, il tono è sempre più drammatico. Ma funziona? No.
Le vendite crollano, i lettori scappano, e non tanto verso il digitale (che sarebbe il minimo sindacale) ma verso i social. Dove l’informazione si polverizza in contenuti rapidi, spesso inutili, quasi sempre superficiali. Eppure è lì che ormai si orientano le percezioni. Perché dall’altra parte c’è solo rumore.
E l’effetto domino è evidente: meno fiducia, meno qualità, più caos. E un’opinione pubblica che si forma su reel e stories, invece che su dati e analisi serie.
Colleghi, destination manager, analisti… teniamo la barra dritta
Il punto, allora, è uno solo: facciamo il nostro mestiere come si deve.
Lasciamo perdere le discussioni da bar. a
Studiamo. Ascoltiamo. Misuriamo meglio. Analizziamo i dati con serietà e con nuovi parametri reali. Parliamo con chi lavora sul campo. Con i ristoratori, con chi accoglie, con chi progetta esperienze. E soprattutto: non ci facciamo travolgere dal teatrino mediatico.
Sì, magari mettiamoci un Panama in testa, sì, magari beviamoci un daiquiri e guardiamo l’orizzonte. Ma poi torniamo con i piedi per terra. Perché servono idee nuove, visione, coraggio. E una narrazione diversa, più seria.
Una narrazione che parli di benessere, non solo di volumi.
Una narrazione che valorizzi la qualità, non solo la quantità.
Una narrazione che riporti al centro le persone, non solo i numeri.
In sintesi?
Basta cazzate.