Trascurismo: quando il brutto vince sullo stile.
Trascurismo. Segnatevelo questo nome, perché penso sia il virus estetico dell’estate. Non è solo sciatteria: è un culto della trascuratezza elevata a stile di vita. Un manifesto del “non mi importa” sfoggiato con orgoglio tra le strade, nei locali, sotto l’ombrellone. Il Trascurismo non è ribellione né libertà: è maleducazione visiva. È il disinteresse totale per il contesto, per chi ci guarda, per ciò che comunichiamo. Ma soprattutto è sintomo di qualcosa di più profondo: una società che ha smarrito il senso del bello, dell’armonia, della cura. Dove il buon gusto è derubricato a snobismo e il kitsch sbraga in ogni direzione. Il Trascurismo dilaga, e con lui si sgretola un pezzo di cultura. Perché anche l’estetica è cultura. E oggi, più che mai, serve ricordarlo.
di Andrea Cerrato – C’è un’Italia da cartolina là fuori, fatta di borghi che sembrano set cinematografici, tramonti che incendiano i cieli, acque trasparenti che brillano come diamanti. C’è la nostra terra, dove il concetto di bellezza ha radici profonde, scolpite nella pietra, nella moda, nell’arte, nel design. Eppure, basta scendere in strada per sentire lo strappo. Qualcosa non torna.
Perché, diciamocelo, questa estate 2025 sembra essere l’estate della bruttezza. E no, non parlo di tratti fisici, non è body shaming, non è snobismo (grazie, evitiamo la polemica facile). Parlo di sciattume. Di quella trasandatezza generalizzata che ci urla addosso dai marciapiedi delle città d’arte come dalle passerelle improvvisate delle località glamour.
Un tempo ci si ostentava con la griffe (vera o fake, poco importava). Poi si è iniziato a ostentare la volgarità. Oggi ostentiamo il disordine, il disinteresse, la totale assenza di stile. La moda? Sparita. La cura del dettaglio? Un miraggio. Il buongusto? Derubricato a vezzo da boomer.
Cosa sta succedendo? Perché abbiamo smesso di prenderci cura del bello?
Non è una questione di soldi. No, stavolta non c’entra il budget. Bastano pochi euro per un look decente, per una camicia stirata, per un costume che non sia il residuato bellico del 2012. È una questione di educazione estetica. E di rispetto.
L’educazione estetica non è vanità, è consapevolezza. Significa scegliere con cura ciò che si indossa, come ci si presenta, come si abita uno spazio, perché ogni gesto comunica. Curarsi è rispetto per sé stessi, ma anche per chi ci guarda: è un atto di civiltà, non di apparenza.
Stiamo perdendo in maniera pericolosa il concetto tutto italiano “del “presentarsi bene” che ha creato il mito dell’italian style, da sempre… nei momenti di crisi ma anche del boom economico di tempi lontani. Non è questione di soldi, lo smartphone da mille cinquecento euro o l’auto taroccata o l’abito firmato (vero o falso) o l’orologio da ostentare ce l’hanno!
Ora invece vince chi urla più forte, chi ha il tatuaggio più grande (non necessariamente più bello), chi mostra più pelle, più catene, più provocazione. Ma attenzione: non c’è nulla di male nell’osare, se c’è intenzione dietro. Qui però non c’è provocazione fashion, ma solo confusione culturale.
Le catene al collo sembrano collari per pitbull. I crop top diventano grembiuli slabbrati. I costumi? Più adatti a un reality che a una spiaggia. Il risultato è una specie di voyerismo forzato, scivolato ormai nel volgare quotidiano.
E questo vale ovunque: nelle località top come in quelle secondarie. Dalle terrazze blasonate ai lidi di provincia, il mood è lo stesso. Come se l’Italia intera avesse perso il senso della misura e noi dell’educazione.
Siamo sicuri che sia questa la libertà che volevamo?
La libertà di essere se stessi – sacrosanta – non è un lasciapassare per trascurarsi. L’inclusività, il body positive, l’autenticità: parole bellissime, ma non devono diventare l’alibi per smettere di cercare il bello. Perché il bello è ciò che ci salva, che ci eleva, che ci distingue. Il bello è cultura, è educazione, è civiltà.
Questa non è una crociata contro il casual, né un appello per tornare al tacco 12 sotto l’ombrellone proposto in tanti film e oggi maldestramente dalle influencer. È una sveglia. Un invito a non banalizzare tutto. A non ridurre l’estate – la stagione più viva, più luminosa, più potente – a una sfilata di abbandono.
Rivogliamo l’estetica, la grazia, lo stile. Rivogliamo la bellezza nelle piccole cose: nei gesti, negli sguardi, nei dettagli.
Perché sì, anche l’occhio vuole la sua parte. E no, non c’è nulla di superficiale in tutto questo. Al contrario: è profondamente umano.
Svegliamoci. Da questo incubo di sciatteria, please.