Bolkestein, spiagge e valore: abbiamo già perso.
di Andrea Cerrato – Le spiagge italiane non sono commodities. È da qui che bisognerebbe ripartire, prima ancora di parlare di Bolkestein, concessioni, gare, proroghe, ricorsi e bandi e ti spiego il perché.
Una commodity è un bene sostituibile, standardizzabile, replicabile, vendibile quasi soltanto attraverso il prezzo. Una tonnellata di grano, un barile di petrolio, un metro cubo di gas. Se il prodotto è uguale, o percepito come uguale, il mercato tende a spostarsi sul costo, sulla quantità, sull’efficienza distributiva.
Ma una spiaggia non è questo. Una costa non si produce, non si duplica, non si importa, non si allarga con una delibera. È una risorsa scarsa, fragile, localizzata, identitaria. È paesaggio, clima, accessibilità, memoria, immaginario, reputazione. È un pezzo di capitale territoriale.
Il problema è che per decenni abbiamo trattato molte spiagge come se fossero semplici superfici da occupare, attrezzare e monetizzare. Abbiamo ragionato in metri quadrati, file di ombrelloni, cabine, bar, parcheggi, orari, concessioni, servizi accessori. Tutto necessario, per carità. Ma tutto ancora interno a una visione gestionale, non strategica.
Se considero una spiaggia una commodity, la domanda diventa: quanto posso sfruttarla?
Se la considero una risorsa scarsa, la domanda cambia radicalmente: quanto valore posso generare senza consumarla?
Questo è il passaggio economico decisivo. Le risorse scarse non si gestiscono come prodotti ordinari. Si governano. Si proteggono. Si posizionano. Si rendono desiderabili non aumentando indefinitamente il consumo, ma aumentando la qualità dell’esperienza e la capacità di produrre valore durevole.
Per questo, provocatoriamente ma non troppo, bisognerebbe iniziare a pensare le coste e le spiagge italiane come beni di lusso. Non nel senso banale, escludente e classista del lusso per pochi. Ma nel senso economico del termine: beni rari, riconoscibili, non replicabili, ad alto valore simbolico, capaci di generare desiderio proprio perché legati al limite.
Il lusso vero, oggi, non è l’ostentazione. È spazio. È silenzio. È qualità ambientale. È bellezza non compromessa. È accessibilità ordinata. È tempo. È identità. È cura.
Una spiaggia affollata, rumorosa, standardizzata, iperattrezzata, tutta uguale a mille altre spiagge, può anche produrre fatturato. Ma non è detto che produca valore. Anzi, può consumare valore. Può bruciare reputazione, paesaggio, qualità della vita, relazione con i residenti, capacità attrattiva futura.
Qui sta la differenza tra reddito e patrimonio. Il reddito è ciò che incasso oggi. Il patrimonio è ciò che mi permette di continuare a generare valore domani. Se consumo il patrimonio per aumentare il reddito immediato, non sto facendo economia turistica: sto facendo estrazione.
Ed è esattamente qui che entra il tema delle concessioni balneari e della Bolkestein.
Oggi le gare non sono più soltanto un tema teorico. In molti territori sono già partite o stanno partendo, spesso tra proroghe, ricorsi, incertezza normativa e pressioni amministrative. La legge 166/2024 ha previsto la prosecuzione delle concessioni fino al 30 settembre 2027 e nuove procedure selettive, ma numerose decisioni dei TAR continuano a contestare proroghe generalizzate e a spingere i Comuni verso gare effettive. In casi recenti i giudici amministrativi hanno annullato proroghe al 2027, mentre in altri territori i Comuni stanno già deliberando l’avvio dei bandi e altri ancora sulle nuove assegnazioni già per la stagione in corso.
Ma il punto politico, economico e turistico è un altro: gare impostate solo su parametri di gestione e di servizio, per me, non hanno senso.
O meglio: hanno senso sul piano amministrativo minimo. Servono a riassegnare una concessione, a misurare requisiti, investimenti, migliorie, servizi, solidità economica, durata, canoni, accessibilità, manutenzione, orari di apertura. Ma non bastano minimamente se stiamo parlando di una delle risorse più preziose del Paese.
Perché, se il bando continua a chiedere soltanto chi offre servizi migliori, chi investe di più nello stabilimento, chi garantisce più ore di fruizione, chi propone più attrezzature, chi migliora docce, passerelle, bar e cabine, allora stiamo ancora dentro la vecchia logica: la spiaggia come spazio da gestire.
Ma una spiaggia non è solo uno spazio da gestire. È una risorsa da valorizzare.
E valorizzare non significa riempire di più. Non significa attrezzare di più. Non significa aprire più ore. Non significa trasformare ogni metro di arenile in una macchina di consumo. Valorizzare significa aumentare il valore complessivo della risorsa dentro una strategia di destinazione.
La vera domanda di un bando non dovrebbe essere solo: chi gestirà meglio questo tratto di spiaggia?
La vera domanda dovrebbe essere: quale progetto di valore giustifica l’uso privato temporaneo di un bene pubblico raro?
Questa è la mia critica. La Bolkestein poteva essere, e in parte può ancora essere, una grande occasione per ripensare il modello costiero italiano. Invece rischiamo di trasformarla in un’enorme procedura amministrativa, dove cambia il concessionario, cambiano le regole, cambiano i punteggi, ma non cambia la visione.
E se non cambia la visione, non cambia il modello economico.
I bandi dovrebbero iniziare a valutare il contributo della concessione alla destinazione, non soltanto allo stabilimento. Dovrebbero chiedere come quella spiaggia dialoga con il territorio, con la mobilità, con il commercio locale, con la ristorazione, con l’artigianato, con la cultura, con l’ambiente, con i residenti, con la destagionalizzazione, con la qualità del lavoro, con la gestione dei flussi.
Dovrebbero misurare non solo la qualità dei servizi, ma la qualità del valore prodotto.
Quanta pressione antropica genera quel modello? Quanta parte del valore resta sul territorio? Quale equilibrio costruisce tra spiaggia libera e spiaggia attrezzata? Quale accessibilità reale garantisce? Quale paesaggio preserva? Quale identità rafforza? Quale esperienza turistica propone? Quale relazione costruisce con la comunità locale? Quale promessa di destinazione alimenta?
Perché una spiaggia può avere più servizi e meno valore. Può avere più investimenti e meno identità. Può avere più ore di apertura e meno qualità. Può avere più fatturato e meno futuro.
È qui che la discussione sulle gare dovrebbe fare un salto di livello. Non basta passare dalla proroga alla concorrenza. Bisogna passare dalla concessione alla responsabilità. Dalla superficie al capitale territoriale. Dal servizio al valore. Dall’ombrellone alla destinazione.
Le coste italiane sono uno degli asset reputazionali più potenti del Paese. Trattarle come commodities significa svenderle anche quando sembrano rendere. Trattarle come risorse scarse significa riconoscere che il limite non è un freno allo sviluppo, ma la prima condizione del valore.
Per questo, per me, le gare così come spesso vengono immaginate rischiano di essere insufficienti. Non perché le gare non servano. Ma perché, se sono costruite solo su criteri gestionali, producono al massimo una migliore amministrazione dell’esistente. Non una nuova economia turistica delle coste.
La stagione delle gare è già iniziata. Ora la domanda vera è se sarà solo una stagione di riassegnazioni o se diventerà finalmente una stagione di ripensamento del valore del mare italiano.