La camera è un problema, ma anche la vetrina.
Parliamo sempre di affitti brevi come se fossero l’unico problema, ma se vogliamo davvero affrontare il problema con serietà (e non parliamo di overtourism please!), dobbiamo smettere di guardare solo alle camere e iniziare a guardare anche alle vetrine.
Perché le città si svuotano due volte: quando le case diventano solo rendita turistica e quando le strade commerciali si trasformano in fotocopie di sé stesse, piene di franchising prive di identità.
Da destination manager non ho dubbi: serve un’unica regia.
Dobbiamo trattare affitti brevi e nuove aperture commerciali con lo stesso metro. Capacità di carico per quartiere. Limiti alle conversioni d’uso dove i residenti sono sotto soglia. Moratorie temporanee nelle aree sature. Registri unici. Criteri minimi per il mix merceologico. Incentivi reali a chi investe nella prossimità, a chi affitta a lungo termine, a chi crede in una città viva tutto l’anno.
Serve anche enforcement digitale, perché non basta la buona volontà: servono controlli, strumenti, dati.
Servono scelte.e
Perché la città non la fanno né i proprietari né i turisti da soli: la fanno le comunità che restano, i negozi che resistono, gli imprenditori che credono ancora nel quartiere.
E la politica deve tornare a fare “politica” e non solo contare “quante aperture”, ma decidere “quali aperture” servono davvero al territorio.
È il momento di cambiare approccio.
Di andare oltre la difesa di categoria.
Di smettere di mettere l’albergo contro l’appartamento, la bottega contro il brand e iniziare a parlare di visione urbana.
Perché senza visione, le città perdono l’anima. E quando l’anima se ne va, non la riportano indietro né un turista in più né un investimento in meno.
Se lavoriamo nel turismo, nel commercio, nella pubblica amministrazione, abbiamo tutti una responsabilità chiedere regole intelligenti e sostenere chi investe nel lungo periodo.
È l’unico modo per costruire destinazioni che non siano solo visitate, ma anche vissute.